Sarà capitato a tutti di perdere la pazienza e di rimproverare il proprio figlio urlando. Perché lo si fa, ci si potrebbe chiedere? Le risposte possono essere le più svariate: perché non ascolta, perché non obbedisce, perché non segue le regole, fa i capricci etc.
Se ci facciamo caso, tutte queste risposte hanno a che fare con il comportamento o con l’atteggiamento del bambino stesso; la causa delle urla dei genitori sta in lui, nel bambino!!
Ma dobbiamo chiederci, invece, “perché a questi comportamenti io reagisco urlando? Cosa di questi atteggiamenti di mio figlio mi tocca a tal punto da dover urlare?”. Ci rendiamo allora conto che la necessità di urlare non è “causata” dal comportamento del bambino, tutt’al più è scatenata da esso, ma cosa ci sta alla base?
Facciamo un passo indietro!
Se è vero che tutti questi comportamenti del bambino portano un genitore a perdere completamente la pazienza, non è altrettanto vero che rimproverare urlando possa risolvere il problema.
Quando un genitore urla questo ha sul bambino più effetti.
Innanzitutto un genitore che urla è un genitore che non riesce a padroneggiare la situazione, che ha perso il controllo e che quindi non si mostra più quel punto di riferimento fermo e deciso che il bambino si aspetta e di cui ha bisogno.
Inoltre, se qualcuno ci urla contro in qualche misura ci sta attaccando e quando ci sentiamo attaccati la prima cosa che facciamo è difenderci. Come ci si difende da qualcuno che urla? È semplice, basta non ascoltarlo, “staccare l’audio”; ciò rende quindi inutile e inefficace tutto ciò che viene detto mentre si urla. Se noi urliamo i nostri figli molto semplicemente non ci ascoltano!
Infine, urlare è una manifestazione di aggressività e ciò porta il bambino a pensare che il genitore non gli voglia più bene, porta al senso di colpa e all’umiliazione, tutti sentimenti che spesso producono una forte reazione di rabbia nei confronti dei genitori, creando poi un circolo vizioso.
Allora come fare per rimproverare senza urlare?
Di certo ci vuole una grande dose di autocontrollo e di pazienza, ma ci sono dei piccoli accorgimenti che possiamo trovare e mettere in atto.
Quando capita di urlare chiediamoci sempre perché in quel momento lo stiamo facendo? Qual è il comportamento o l’azione del bambino che ci sta facendo urlare? Ad esempio “ha preso i colori e ha scarabocchiato la parete”. A questo punto possiamo chiederci “In che modo questa cosa poteva essere evitata?”, si possono trovare più risposte a questa domanda: “potevo evitare che i colori fossero a portata di mano”, “potevo spiegargli che non si scrive sulle pareti”, “potevo prendere un cartellone, appenderlo alla parete e permettergli di scarabocchiare solo quella parte”, e così via…
Questo esercizio mentale ci aiuterà a pensare sempre di più a lungo termine, cercando di prevedere le possibili conseguenze di determinati comportamenti.
Ma ormai il danno è fatto! E adesso? Possiamo chiederci “A cosa mi serve urlargli contro? E soprattutto a chi serve?”, di certo non serve al bambino, non è urlando che si eviterà il ripresentarsi di quel comportamento, forse serve un po’ di più come sfogo per il genitore, ma è uno sfogo che non è senza conseguenze, così come abbiamo visto in precedenza.
Come fare allora? Non lo si rimprovera? Certo che lo si rimprovera ma facendogli comprendere il perché quella determinata azione non va fatta. Prima del rimprovero, però, c’è un’altra cosa da fare: chiedere al bambino cosa abbia fatto, se comprenda cosa sia accaduto, perché lo ha fatto!
Non sono domande inutili, che non servono a nulla, anzi! Sono domande fondamentali, perché la percezione che abbiamo noi adulti non è la stessa percezione che hanno i bambini. Dal punto di vista dell’adulto uno scarabocchio sul muro è un comportamento inaccettabile, è un dispetto, è qualcosa che sporca, ma noi non sappiamo se il bambino lo ha fatto pensando così di far vedere quanto sia bravo alla mamma, o perché gli piacciono i colori o perché è divertente.
Chiedete sempre al bambino di parlarvi di quel determinato comportamento, fate delle domande semplici, che egli possa comprendere ed ascoltate le risposte, la maggior parte delle volte rimarrete sorpresi perché non vi aspettavate quella risposta!
Solo dopo aver ascoltato le ragioni del gesto da parte del bambino potete spiegargli il perché non doveva farlo, quali sono le conseguenze di quell’azione e successivamente comunicare al bambino qual è il prezzo da pagare per quello che ha fatto!
Per ogni azione che si compie si paga un prezzo, ciò farà sì che il comportamento non si manifesterà più! È questo che fa estinguere il comportamento e non le urla!
Pensate a come un bimbo piccolo possa pagare un prezzo simbolico per quello che ha fatto, per esempio fatevi aiutare a pulire (anche se non ne è capace ancora, fate finta che lo stia facendo!), oppure per quel giorno non si potrà andare al parco, etc.
Naturalmente la “punizione” è simbolica, non bisogna arrivare a punizioni eccessive (salti la merenda, non ti faccio vedere più la tv, etc.), anche perché queste spesso vengono date nel momento della rabbia e successivamente non vengono messe in atto proprio perché sono esagerate! E purtroppo nulla di più sbagliato, perché perderete ogni autorevolezza e ogni credibilità agli occhi del vostro bambino. Una volta un bambino in seduta mi ha detto: “io non ho paura delle punizioni dei miei genitori perché tanto l’ho capito che mi minacciano soltanto ma poi non mi puniscono mai!”.
Ed ora torniamo alla domanda che ci siamo posti all’inizio. Quale parte di me così intima e forse anche inconsapevole il comportamento di mio figlio va a toccare al punto da farmi perdere il lume della ragione e farmi cominciare ad urlare?
A questa domanda non c’è una risposta univoca! Ogni genitore ha la sua storia! Ma è di certo un buon esercizio mentale da fare per cercare di conoscerci sempre un po’ di più e cercare di comprendere quanto di noi stessi sia implicato nel rapporto con i nostri figli!
Studio di Psicologia, Psicoterapia, Neuropsichiatria Infantile, Mediazione Familiare
sabato 27 dicembre 2014
lunedì 22 dicembre 2014
RELAZIONE DI COPPIA CON L’ARRIVO DI UN FIGLIO, VITA SESSUALE,MATERNITÀ E PATERNITÀ
Molto spesso nel discorso comune si pensa che, per la donna, la femminilità trovi la sua massima espressione nella maternità.
Questa convinzione è alla base di tutta una serie di problematiche che spesso i neogenitori si trovano ad affrontare, sia nella relazione con il proprio bambino, sia nella relazione tra i due partner stessi.
Tale convinzione è radicata in entrambi i sessi, infatti, succede che alcune donne, nel momento in cui iniziano una gravidanza, rifiutino categoricamente l’attività sessuale con il partner, altre vivono un calo del desiderio che se subito dopo il parto può essere legato a fattori ormonali, se si protrae nel tempo risente di un vissuto di incompatibilità tra sessualità e maternità.
La stessa convinzione, però, come già detto si ritrova anche in alcuni uomini i quali, nel momento in cui la propria compagna diviene “madre” non riescono più a considerarla “donna”, a considerarla “oggetto di desiderio” ed anche per loro può subentrare un calo libidico.
Ciò comporta non poche difficoltà poiché viene meno la dimensione di coppia, la relazione speciale ed esclusiva tra un uomo ed una donna; i genitori si ritrovano solo in una dimensione familiare, al cui centro c’è il bambino e la relazione tra di loro è una relazione in quanto “genitori di…”.
Diceva il famoso psicoanalista francese Jacques Lacan “un padre ha diritto all’amore e al rispetto dei proprio figlio solo se fa della sua donna l’oggetto causa del suo desiderio”. In parole semplici, il bambino non percepisce soltanto l’amore che i genitori hanno per lui, ma ciò che per lui conta ed ha una funzione importante nella sua crescita è l’amore che egli percepisce tra mamma e papà, è la convinzione di essere nato in una relazione di desiderio, desiderio che egli venga al mondo, desiderio di diventare madre e padre, ma anche desiderio di coppia, desiderio tra un uomo e una donna.
Purtroppo spesso assistiamo nel nostro lavoro a situazioni in cui una mamma perde qualunque interesse per il suo compagno, essendo concentrata solo sulla cura e sull’accudimento del bambino e a papà che invece di “recriminare” un po’ di attenzioni anche per loro, invece di svolgere la funzione alla quale sono deputati, la funzione paterna, si allontanano sempre di più, con tutto ciò che questo comporta relativamente alle crisi di coppia che si verificano dopo la nascita di un figlio.
La funzione paterna è quella funzione che un uomo assume su di sé nel momento in cui nasce suo figlio; prima ancora che una funzione educativa è una funzione normativa, è cioè una funzione che ha a che fare con la legge. Un padre deve introdurre delle norme, delle regole e la prima serve a regolare la madre rispetto al figlio, a introdursi in quanto elemento terzo nella relazione tra madre e bambino, relazione che spesso, in assenza di questa funzione può divenire simbiotica, fusionale, causando non pochi problemi per un sano sviluppo del bimbo. Basti pensare alla diffusa apprensione, all’ansia delle madri che talvolta, nei casi più gravi, arriva ad impedire al bambino la sperimentazione delle prime e fondamentali esperienze di vita; non di rado mi è capitato di incontrare madri che hanno alimentato il proprio bambino con cibi semiliquidi fino all’inserimento alla scuola materna per timore che soffocasse, o madri che tengono i figli in casa per timore della febbre o dell’influenza privandoli della possibilità di andare al parco a giocare, di prendere contatto con altri bambini, etc. La funzione paterna serve anche a questo: ad arginare l’ansia materna, a porre un limite e a fornire al bambino più spazio di sperimentazione.
Ma ciò è possibile quando il padre non molla circa il suo desiderio nei confronti della sua donna e le dice: “guarda che ci sono anche io, che io sono il tuo uomo e tu sei la mia donna, indipendentemente dal fatto che adesso siamo genitori del nostro meraviglioso bambino”.
Dunque essere dei genitori attenti al proprio bambino, dei genitori che riescano a garantire un sereno ed armonico sviluppo al proprio figlio non significa essere sempre presenti con lui, ma significa anche riuscire a ritagliarsi uno spazio solo per la coppia, in cui essere un uomo ed una donna, che si vogliono, che si desiderano e che sanno stare bene insieme anche senza la presenza del loro bambino. Questo spesso viene vissuto con sensi di colpa da parte dei genitori che pensano di star togliendo qualcosa al piccolo, ma invece non sanno che quello che gli fanno è un dono, il dono di avere due genitori tra i quali circola l’amore e il desiderio.
Dott.ssa Roberta La Barbera
COME FAR CRESCERE UN FIGLIO SICURO DI SE’
In Gran Bretagna si utilizza l’espressione “genitori spazzaneve” per indicare quei genitori che come uno spazzaneve cercano in ogni modo di “aprire la strada” ai propri figli, “ripulendola” da ogni difficoltà, da ogni problema o ostacolo.
Vediamo questo atteggiamento così diffuso al giorno d’oggi e nella nostra società sotto due aspetti: il versante genitori ed il versante figli.
Sul versante genitori la domanda che sorge è “perché?”. Perché i genitori fanno di tutto per facilitare la vita dei propri figli, per trovare sempre essi stessi una soluzione alle problematiche del bambino o del ragazzo? Cosa li spinge a farlo?
È diffusa sul web una vignetta che confronta gli anni ’80 agli anni 2000. La vignetta è la seguente: vi sono due genitori, un bambino ed una maestra. Nella prima vignetta (anni ’80) i genitori, davanti alla maestra, si rivolgono al bambino, con un foglietto in mano, con espressione di rimprovero, chiedendo “cos’è questa nota?”, nella seconda vignetta (anni 2000) i genitori, sempre con la stessa espressione di rimprovero e lo stesso foglietto in mano, davanti al bambino questa volta, si rivolgono alla maestra, chiedendo “cos’è questa nota?”.
Gli insegnanti sanno bene a cosa si riferisca questa vignetta, lo vivono ogni giorno. Leggiamo delle notizie che ci lasciano alquanto perplessi, come ad esempio la storia di quell’insegnante che ha sequestrato il telefonino al ragazzino di terza media perché durante le ore di lezione guardava dei video dal contenuto pornografico e che contattata la famiglia per comunicare l’accaduto si ritrova davanti la madre del ragazzo accompagnata dal suo avvocato ed una denuncia per furto!!
Ci possiamo chiedere: cosa spinge una madre a compiere un’azione del genere?
È un discorso molto complesso che cerchiamo ora di semplificare.
Nella società contemporanea, come mai in altre epoche, società in cui vige una cultura del narcisismo, i figli spesso sono considerati dai genitori come “parte di sé”. Il figlio è considerato “un pezzo di me”, qualcuno che mi rappresenta, che con il suo fare esprime qualcosa di me! Questo modo di concepire i propri figli ha delle conseguenze devastanti. Vediamo perché.
I figli che si ritrovano con genitori per i quali essi sono solo un prolungamento del sé, vengono annientati, schiacciati nella loro soggettività. Non sono più persone separate dai loro genitori, ma in quanto loro “parti” devono rispondere ad una ingiunzione “devi essere come io voglio che tu sia”. Quante volte sentiamo dire “io non avuto nulla ed allora a mio figlio non deve mancare nulla”, “io non ho potuto fare sport ed allora mio figlio farà tutti gli sport che vuole” e così via! Chi ottiene una soddisfazione con questo modo di fare? La risposta è ovvia: il genitore!!
Spesso i genitori, nel loro processo educativo, piuttosto che condividere lo stile educativo dei loro stessi genitori “quando ero ragazzo i miei genitori mi facevano arrabbiare ma ora capisco che avevano ragione” si identificano ancora nel ragazzo frustrato e privato di qualcosa che erano ai tempi della loro infanzia o adolescenza! “I miei genitori mi proibivano di rientrare tardi la sera ed allora quello che io provavo mia figlia non lo deve provare e quindi può rientrare quando vuole”!
Non è detto che lo stile educativo dei nostri genitori fosse privo di errori, visto che tra l’altro ha prodotto tutto questo! Ha prodotto, cioè, una “non crescita”, un “non diventare adulti”, una generazione di “genitori bambini o genitori adolescenti” che abdicano al loro ruolo scomodo di educatori per identificarsi nel bambino e nell’adolescente stesso. Uno stile educativo, anche sbagliato, dunque, non è stato sostituito da un altro stile educativo, ma da un “abdicare” in favore di una genitorialità adolescenziale.
Ecco che allora viene più semplice comprendere il perché tali genitori siano degli “spazzaneve”, perché in effetti colui che viene protetto è sì il figlio, ma il figlio in quanto rappresentazione di se stessi. Ogni problema, ogni ostacolo non lo è solo ed esclusivamente per il figlio, ma per i genitori stessi.
Quante volte ci ritroviamo davanti a dinamiche patologiche tra genitori e figli relativamente allo studio! Tante volte mi è capitato nella mia pratica di mamme che fanno i compiti al posto dei loro figli, di mamme con il cellulare pronto a ricevere le tracce del tema in classe via sms o via whatsapp!
Spesso studiare è una domanda dei genitori, è un loro bisogno e i bambini ed i ragazzi lo percepiscono molto bene! Studiano per fare contenti mamma e papà oppure non studiano per fare arrabbiare mamma e papà. Lo studio rientra in una dinamica genitori-figli in cui se il bambino o il ragazzo è in linea con i genitori allora studierà, se si mette in contrapposizione allora non studierà, perdendo completamente di vista il fatto che lo studio riguarda soltanto se stesso e non la relazione con l’altro!
Davanti alle angosce del proprio figlio, normali in un processo di crescita, i genitori non riescono a rappresentare un punto fermo e deciso di riferimento ma si angosciano a loro volta, cercando quindi di risolvere il problema in prima persona non tanto per alleviare l’angoscia del figlio, ma quanto per alleviare la propria!
Se mio figlio ha problemi con i compagni non gli dico “figlio mio devi risolvertela da solo” ma vado io in prima persona, mi sostituisco a lui!
E a questo punto veniamo al versante figli.
Se è vero che è comodo avere dei genitori che ci risolvono tutti i problemi o che ci eliminano tutti gli ostacoli, è altrettanto vero che ciò ha un prezzo altissimo da pagare.
Il prezzo che si paga si chiama “autostima”. I genitori spazzaneve crescono dei figli sempre più insicuri di sé!
Perché? Cosa accade nella mente di un bambino e di un ragazzo?
Un genitore che si sostituisce a me nella soluzione dei miei problemi che messaggio mi sta dando? Che cosa mi sta dicendo? “Tu sei incapace”, “tu non sei all’altezza della situazione”!
Ecco cosa succede! Il bambino, il ragazzo penserà di non essere in grado, di avere sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti nella risoluzione dei suoi problemi e ciò avrà sempre il valore di quella che si chiama in psicologia “profezia che si auto avvera”, più il bambino o il ragazzo si convincerà di questo più nella sua vita farà in modo di trovarsi in situazioni che confermino tale teoria, non sperimentandosi mai da solo, non rischiando mai di fallire, in breve non crescendo mai!
Cos’è la crescita, infatti, se non l’insieme di esperienze che ci portano ad uno sviluppo di noi stessi, esperienze positive ma anche, se non soprattutto, negative! Il bambino e l’adolescente hanno bisogno di sbagliare, di fallire, di commettere degli errori, solo così potranno imparare ad affrontarli, a farne tesoro. Solo così si potranno mettere in gioco e sperimentare anche il successo, il proprio successo e non quello dei genitori!
Evitando ai propri figli il fallimento, perché il fallimento di mio figlio è il mio stesso fallimento, gli impedisco allo stesso tempo di sperimentare il successo, perché anche il successo di mio figlio sarà il mio stesso successo! E mio figlio non potrà mai dire “è solo merito mio” ma sarà ogni volta costretto ad ammettere “è merito di chi mi ha aiutato”!
Dott.ssa Roberta La Barbera
https://www.facebook.com/pages/Studio-Equilibrium/1430604813886048
Vediamo questo atteggiamento così diffuso al giorno d’oggi e nella nostra società sotto due aspetti: il versante genitori ed il versante figli.
Sul versante genitori la domanda che sorge è “perché?”. Perché i genitori fanno di tutto per facilitare la vita dei propri figli, per trovare sempre essi stessi una soluzione alle problematiche del bambino o del ragazzo? Cosa li spinge a farlo?
È diffusa sul web una vignetta che confronta gli anni ’80 agli anni 2000. La vignetta è la seguente: vi sono due genitori, un bambino ed una maestra. Nella prima vignetta (anni ’80) i genitori, davanti alla maestra, si rivolgono al bambino, con un foglietto in mano, con espressione di rimprovero, chiedendo “cos’è questa nota?”, nella seconda vignetta (anni 2000) i genitori, sempre con la stessa espressione di rimprovero e lo stesso foglietto in mano, davanti al bambino questa volta, si rivolgono alla maestra, chiedendo “cos’è questa nota?”.
Gli insegnanti sanno bene a cosa si riferisca questa vignetta, lo vivono ogni giorno. Leggiamo delle notizie che ci lasciano alquanto perplessi, come ad esempio la storia di quell’insegnante che ha sequestrato il telefonino al ragazzino di terza media perché durante le ore di lezione guardava dei video dal contenuto pornografico e che contattata la famiglia per comunicare l’accaduto si ritrova davanti la madre del ragazzo accompagnata dal suo avvocato ed una denuncia per furto!!
Ci possiamo chiedere: cosa spinge una madre a compiere un’azione del genere?
È un discorso molto complesso che cerchiamo ora di semplificare.
Nella società contemporanea, come mai in altre epoche, società in cui vige una cultura del narcisismo, i figli spesso sono considerati dai genitori come “parte di sé”. Il figlio è considerato “un pezzo di me”, qualcuno che mi rappresenta, che con il suo fare esprime qualcosa di me! Questo modo di concepire i propri figli ha delle conseguenze devastanti. Vediamo perché.
I figli che si ritrovano con genitori per i quali essi sono solo un prolungamento del sé, vengono annientati, schiacciati nella loro soggettività. Non sono più persone separate dai loro genitori, ma in quanto loro “parti” devono rispondere ad una ingiunzione “devi essere come io voglio che tu sia”. Quante volte sentiamo dire “io non avuto nulla ed allora a mio figlio non deve mancare nulla”, “io non ho potuto fare sport ed allora mio figlio farà tutti gli sport che vuole” e così via! Chi ottiene una soddisfazione con questo modo di fare? La risposta è ovvia: il genitore!!
Spesso i genitori, nel loro processo educativo, piuttosto che condividere lo stile educativo dei loro stessi genitori “quando ero ragazzo i miei genitori mi facevano arrabbiare ma ora capisco che avevano ragione” si identificano ancora nel ragazzo frustrato e privato di qualcosa che erano ai tempi della loro infanzia o adolescenza! “I miei genitori mi proibivano di rientrare tardi la sera ed allora quello che io provavo mia figlia non lo deve provare e quindi può rientrare quando vuole”!
Non è detto che lo stile educativo dei nostri genitori fosse privo di errori, visto che tra l’altro ha prodotto tutto questo! Ha prodotto, cioè, una “non crescita”, un “non diventare adulti”, una generazione di “genitori bambini o genitori adolescenti” che abdicano al loro ruolo scomodo di educatori per identificarsi nel bambino e nell’adolescente stesso. Uno stile educativo, anche sbagliato, dunque, non è stato sostituito da un altro stile educativo, ma da un “abdicare” in favore di una genitorialità adolescenziale.
Ecco che allora viene più semplice comprendere il perché tali genitori siano degli “spazzaneve”, perché in effetti colui che viene protetto è sì il figlio, ma il figlio in quanto rappresentazione di se stessi. Ogni problema, ogni ostacolo non lo è solo ed esclusivamente per il figlio, ma per i genitori stessi.
Quante volte ci ritroviamo davanti a dinamiche patologiche tra genitori e figli relativamente allo studio! Tante volte mi è capitato nella mia pratica di mamme che fanno i compiti al posto dei loro figli, di mamme con il cellulare pronto a ricevere le tracce del tema in classe via sms o via whatsapp!
Spesso studiare è una domanda dei genitori, è un loro bisogno e i bambini ed i ragazzi lo percepiscono molto bene! Studiano per fare contenti mamma e papà oppure non studiano per fare arrabbiare mamma e papà. Lo studio rientra in una dinamica genitori-figli in cui se il bambino o il ragazzo è in linea con i genitori allora studierà, se si mette in contrapposizione allora non studierà, perdendo completamente di vista il fatto che lo studio riguarda soltanto se stesso e non la relazione con l’altro!
Davanti alle angosce del proprio figlio, normali in un processo di crescita, i genitori non riescono a rappresentare un punto fermo e deciso di riferimento ma si angosciano a loro volta, cercando quindi di risolvere il problema in prima persona non tanto per alleviare l’angoscia del figlio, ma quanto per alleviare la propria!
Se mio figlio ha problemi con i compagni non gli dico “figlio mio devi risolvertela da solo” ma vado io in prima persona, mi sostituisco a lui!
E a questo punto veniamo al versante figli.
Se è vero che è comodo avere dei genitori che ci risolvono tutti i problemi o che ci eliminano tutti gli ostacoli, è altrettanto vero che ciò ha un prezzo altissimo da pagare.
Il prezzo che si paga si chiama “autostima”. I genitori spazzaneve crescono dei figli sempre più insicuri di sé!
Perché? Cosa accade nella mente di un bambino e di un ragazzo?
Un genitore che si sostituisce a me nella soluzione dei miei problemi che messaggio mi sta dando? Che cosa mi sta dicendo? “Tu sei incapace”, “tu non sei all’altezza della situazione”!
Ecco cosa succede! Il bambino, il ragazzo penserà di non essere in grado, di avere sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti nella risoluzione dei suoi problemi e ciò avrà sempre il valore di quella che si chiama in psicologia “profezia che si auto avvera”, più il bambino o il ragazzo si convincerà di questo più nella sua vita farà in modo di trovarsi in situazioni che confermino tale teoria, non sperimentandosi mai da solo, non rischiando mai di fallire, in breve non crescendo mai!
Cos’è la crescita, infatti, se non l’insieme di esperienze che ci portano ad uno sviluppo di noi stessi, esperienze positive ma anche, se non soprattutto, negative! Il bambino e l’adolescente hanno bisogno di sbagliare, di fallire, di commettere degli errori, solo così potranno imparare ad affrontarli, a farne tesoro. Solo così si potranno mettere in gioco e sperimentare anche il successo, il proprio successo e non quello dei genitori!
Evitando ai propri figli il fallimento, perché il fallimento di mio figlio è il mio stesso fallimento, gli impedisco allo stesso tempo di sperimentare il successo, perché anche il successo di mio figlio sarà il mio stesso successo! E mio figlio non potrà mai dire “è solo merito mio” ma sarà ogni volta costretto ad ammettere “è merito di chi mi ha aiutato”!
Dott.ssa Roberta La Barbera
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lunedì 15 dicembre 2014
giovedì 11 dicembre 2014
COME FAR CRESCERE UN FIGLIO SICURO DI SE’
In Gran Bretagna si utilizza l’espressione “genitori spazzaneve” per indicare quei genitori che come uno spazzaneve cercano in ogni modo di “aprire la strada” ai propri figli, “ripulendola” da ogni difficoltà, da ogni problema o ostacolo.
Vediamo questo atteggiamento così diffuso al giorno d’oggi e nella nostra società sotto due aspetti: il versante genitori ed il versante figli.
Sul versante genitori la domanda che sorge è “perché?”. Perché i genitori fanno di tutto per facilitare la vita dei propri figli, per trovare sempre essi stessi una soluzione alle problematiche del bambino o del ragazzo? Cosa li spinge a farlo?
È diffusa sul web una vignetta che confronta gli anni ’80 agli anni 2000. La vignetta è la seguente: vi sono due genitori, un bambino ed una maestra. Nella prima vignetta (anni ’80) i genitori, davanti alla maestra, si rivolgono al bambino, con un foglietto in mano, con espressione di rimprovero, chiedendo “cos’è questa nota?”, nella seconda vignetta (anni 2000) i genitori, sempre con la stessa espressione di rimprovero e lo stesso foglietto in mano, davanti al bambino questa volta, si rivolgono alla maestra, chiedendo “cos’è questa nota?”.
Gli insegnanti sanno bene a cosa si riferisca questa vignetta, lo vivono ogni giorno. Leggiamo delle notizie che ci lasciano alquanto perplessi, come ad esempio la storia di quell’insegnante che ha sequestrato il telefonino al ragazzino di terza media perché durante le ore di lezione guardava dei video dal contenuto pornografico e che contattata la famiglia per comunicare l’accaduto si ritrova davanti la madre del ragazzo accompagnata dal suo avvocato ed una denuncia per furto!!
Ci possiamo chiedere: cosa spinge una madre a compiere un’azione del genere?
È un discorso molto complesso che cerchiamo ora di semplificare.
Nella società contemporanea, come mai in altre epoche, società in cui vige una cultura del narcisismo, i figli spesso sono considerati dai genitori come “parte di sé”. Il figlio è considerato “un pezzo di me”, qualcuno che mi rappresenta, che con il suo fare esprime qualcosa di me! Questo modo di concepire i propri figli ha delle conseguenze devastanti. Vediamo perché.
I figli che si ritrovano con genitori per i quali essi sono solo un prolungamento del sé, vengono annientati, schiacciati nella loro soggettività. Non sono più persone separate dai loro genitori, ma in quanto loro “parti” devono rispondere ad una ingiunzione “devi essere come io voglio che tu sia”. Quante volte sentiamo dire “io non avuto nulla ed allora a mio figlio non deve mancare nulla”, “io non ho potuto fare sport ed allora mio figlio farà tutti gli sport che vuole” e così via! Chi ottiene una soddisfazione con questo modo di fare? La risposta è ovvia: il genitore!!
Spesso i genitori, nel loro processo educativo, piuttosto che condividere lo stile educativo dei loro stessi genitori “quando ero ragazzo i miei genitori mi facevano arrabbiare ma ora capisco che avevano ragione” si identificano ancora nel ragazzo frustrato e privato di qualcosa che erano ai tempi della loro infanzia o adolescenza! “I miei genitori mi proibivano di rientrare tardi la sera ed allora quello che io provavo mia figlia non lo deve provare e quindi può rientrare quando vuole”!
Non è detto che lo stile educativo dei nostri genitori fosse privo di errori, visto che tra l’altro ha prodotto tutto questo! Ha prodotto, cioè, una “non crescita”, un “non diventare adulti”, una generazione di “genitori bambini o genitori adolescenti” che abdicano al loro ruolo scomodo di educatori per identificarsi nel bambino e nell’adolescente stesso. Uno stile educativo, anche sbagliato, dunque, non è stato sostituito da un altro stile educativo, ma da un “abdicare” in favore di una genitorialità adolescenziale.
Ecco che allora viene più semplice comprendere il perché tali genitori siano degli “spazzaneve”, perché in effetti colui che viene protetto è sì il figlio, ma il figlio in quanto rappresentazione di se stessi. Ogni problema, ogni ostacolo non lo è solo ed esclusivamente per il figlio, ma per i genitori stessi.
Quante volte ci ritroviamo davanti a dinamiche patologiche tra genitori e figli relativamente allo studio! Tante volte mi è capitato nella mia pratica di mamme che fanno i compiti al posto dei loro figli, di mamme con il cellulare pronto a ricevere le tracce del tema in classe via sms o via whatsapp!
Spesso studiare è una domanda dei genitori, è un loro bisogno e i bambini ed i ragazzi lo percepiscono molto bene! Studiano per fare contenti mamma e papà oppure non studiano per fare arrabbiare mamma e papà. Lo studio rientra in una dinamica genitori-figli in cui se il bambino o il ragazzo è in linea con i genitori allora studierà, se si mette in contrapposizione allora non studierà, perdendo completamente di vista il fatto che lo studio riguarda soltanto se stesso e non la relazione con l’altro!
Davanti alle angosce del proprio figlio, normali in un processo di crescita, i genitori non riescono a rappresentare un punto fermo e deciso di riferimento ma si angosciano a loro volta, cercando quindi di risolvere il problema in prima persona non tanto per alleviare l’angoscia del figlio, ma quanto per alleviare la propria!
Se mio figlio ha problemi con i compagni non gli dico “figlio mio devi risolvertela da solo” ma vado io in prima persona, mi sostituisco a lui!
E a questo punto veniamo al versante figli.
Se è vero che è comodo avere dei genitori che ci risolvono tutti i problemi o che ci eliminano tutti gli ostacoli, è altrettanto vero che ciò ha un prezzo altissimo da pagare.
Il prezzo che si paga si chiama “autostima”. I genitori spazzaneve crescono dei figli sempre più insicuri di sé!
Perché? Cosa accade nella mente di un bambino e di un ragazzo?
Un genitore che si sostituisce a me nella soluzione dei miei problemi che messaggio mi sta dando? Che cosa mi sta dicendo? “Tu sei incapace”, “tu non sei all’altezza della situazione”!
Ecco cosa succede! Il bambino, il ragazzo penserà di non essere in grado, di avere sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti nella risoluzione dei suoi problemi e ciò avrà sempre il valore di quella che si chiama in psicologia “profezia che si auto avvera”, più il bambino o il ragazzo si convincerà di questo più nella sua vita farà in modo di trovarsi in situazioni che confermino tale teoria, non sperimentandosi mai da solo, non rischiando mai di fallire, in breve non crescendo mai!
Cos’è la crescita, infatti, se non l’insieme di esperienze che ci portano ad uno sviluppo di noi stessi, esperienze positive ma anche, se non soprattutto, negative! Il bambino e l’adolescente hanno bisogno di sbagliare, di fallire, di commettere degli errori, solo così potranno imparare ad affrontarli, a farne tesoro. Solo così si potranno mettere in gioco e sperimentare anche il successo, il proprio successo e non quello dei genitori!
Evitando ai propri figli il fallimento, perché il fallimento di mio figlio è il mio stesso fallimento, gli impedisco allo stesso tempo di sperimentare il successo, perché anche il successo di mio figlio sarà il mio stesso successo! E mio figlio non potrà mai dire “è solo merito mio” ma sarà ogni volta costretto ad ammettere “è merito di chi mi ha aiutato”!
Dott.ssa Roberta La Barbera
RELAZIONE DI COPPIA CON L’ARRIVO DI UN FIGLIO, VITA SESSUALE,MATERNITÀ E PATERNITÀ
Molto spesso nel discorso comune si pensa che, per la donna, la femminilità trovi la sua massima espressione nella maternità. Questa convinzione è alla base di tutta una serie di problematiche che spesso i neogenitori si trovano ad affrontare, sia nella relazione con il proprio bambino, sia nella relazione tra i due partner stessi.
Tale convinzione è radicata in entrambi i sessi, infatti, succede che alcune donne, nel momento in cui iniziano una gravidanza, rifiutino categoricamente l’attività sessuale con il partner, altre vivono un calo del desiderio che se subito dopo il parto può essere legato a fattori ormonali, se si protrae nel tempo risente di un vissuto di incompatibilità tra sessualità e maternità.
La stessa convinzione, però, come già detto si ritrova anche in alcuni uomini i quali, nel momento in cui la propria compagna diviene “madre” non riescono più a considerarla “donna”, a considerarla “oggetto di desiderio” ed anche per loro può subentrare un calo libidico.
Ciò comporta non poche difficoltà poiché viene meno la dimensione di coppia, la relazione speciale ed esclusiva tra un uomo ed una donna; i genitori si ritrovano solo in una dimensione familiare, al cui centro c’è il bambino e la relazione tra di loro è una relazione in quanto “genitori di…”.
Diceva il famoso psicoanalista francese Jacques Lacan “un padre ha diritto all’amore e al rispetto dei proprio figlio solo se fa della sua donna l’oggetto causa del suo desiderio”. In parole semplici, il bambino non percepisce soltanto l’amore che i genitori hanno per lui, ma ciò che per lui conta ed ha una funzione importante nella sua crescita è l’amore che egli percepisce tra mamma e papà, è la convinzione di essere nato in una relazione di desiderio, desiderio che egli venga al mondo, desiderio di diventare madre e padre, ma anche desiderio di coppia, desiderio tra un uomo e una donna.
Purtroppo spesso assistiamo nel nostro lavoro a situazioni in cui una mamma perde qualunque interesse per il suo compagno, essendo concentrata solo sulla cura e sull’accudimento del bambino e a papà che invece di “recriminare” un po’ di attenzioni anche per loro, invece di svolgere la funzione alla quale sono deputati, la funzione paterna, si allontanano sempre di più, con tutto ciò che questo comporta relativamente alle crisi di coppia che si verificano dopo la nascita di un figlio.
La funzione paterna è quella funzione che un uomo assume su di sé nel momento in cui nasce suo figlio; prima ancora che una funzione educativa è una funzione normativa, è cioè una funzione che ha a che fare con la legge. Un padre deve introdurre delle norme, delle regole e la prima serve a regolare la madre rispetto al figlio, a introdursi in quanto elemento terzo nella relazione tra madre e bambino, relazione che spesso, in assenza di questa funzione può divenire simbiotica, fusionale, causando non pochi problemi per un sano sviluppo del bimbo. Basti pensare alla diffusa apprensione, all’ansia delle madri che talvolta, nei casi più gravi, arriva ad impedire al bambino la sperimentazione delle prime e fondamentali esperienze di vita; non di rado mi è capitato di incontrare madri che hanno alimentato il proprio bambino con cibi semiliquidi fino all’inserimento alla scuola materna per timore che soffocasse, o madri che tengono i figli in casa per timore della febbre o dell’influenza privandoli della possibilità di andare al parco a giocare, di prendere contatto con altri bambini, etc. La funzione paterna serve anche a questo: ad arginare l’ansia materna, a porre un limite e a fornire al bambino più spazio di sperimentazione.
Ma ciò è possibile quando il padre non molla circa il suo desiderio nei confronti della sua donna e le dice: “guarda che ci sono anche io, che io sono il tuo uomo e tu sei la mia donna, indipendentemente dal fatto che adesso siamo genitori del nostro meraviglioso bambino”.
Dunque essere dei genitori attenti al proprio bambino, dei genitori che riescano a garantire un sereno ed armonico sviluppo al proprio figlio non significa essere sempre presenti con lui, ma significa anche riuscire a ritagliarsi uno spazio solo per la coppia, in cui essere un uomo ed una donna, che si vogliono, che si desiderano e che sanno stare bene insieme anche senza la presenza del loro bambino. Questo spesso viene vissuto con sensi di colpa da parte dei genitori che pensano di star togliendo qualcosa al piccolo, ma invece non sanno che quello che gli fanno è un dono, il dono di avere due genitori tra i quali circola l’amore e il desiderio.
Dott.ssa Roberta La Barbera
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